Nein alla moneta unica senza stato
A due anni dall’operazione verità di Atene sui suoi conti pubblici truccati, Lady Spread ancora non dà tregua. Da allora i “mercati”, cioè gli investitori internazionali, hanno fatto piazza pulita della maggioranza dei governi dell’Eurozona, sia che si fossero mostrati troppo titubanti (per esempio il Portogallo) che troppo ossequiosi (Olanda) nel seguire le ricette di consolidamento dei bilanci pubblici, sia con mezzi democraticamente ortodossi (vedi le elezioni in Spagna) che eterodossi (il governo dei tecnici in Italia).

A due anni dall’operazione verità di Atene sui suoi conti pubblici truccati, Lady Spread ancora non dà tregua. Da allora i “mercati”, cioè gli investitori internazionali, hanno fatto piazza pulita della maggioranza dei governi dell’Eurozona, sia che si fossero mostrati troppo titubanti (per esempio il Portogallo) che troppo ossequiosi (Olanda) nel seguire le ricette di consolidamento dei bilanci pubblici, sia con mezzi democraticamente ortodossi (vedi le elezioni in Spagna) che eterodossi (il governo dei tecnici in Italia). Lo sconvolgimento finora è stato tale, innanzitutto per l’economia reale, che qualcuno ha suggerito di sparare direttamente al messaggero, prendendosela con gli inafferrabili “speculatori internazionali”. Poi però ha prevalso la linea di chi pensava, come la cancelliera tedesca Angela Merkel, di aver decifrato il messaggio portato da Lady Spread: con una drastica riduzione dei deficit pubblici – era la tesi – la tempesta passerà. Ora si scopre che la Merkel, come decrittatrice dello spread, non è un oracolo infallibile. Anzi.
Altrimenti è difficile spiegarsi, per esempio, la situazione spagnola. L’Economist, settimanale anglosassone e alfiere del liberismo, riconosce che il governo conservatore di Mariano Rajoy in pochi mesi le sue riforme le ha fatte: il mercato del lavoro è stato liberalizzato, il deficit aggredito, senza contare che di per sé Madrid ha un debito pubblico inferiore a quello di molti “primi della classe” e ha perfino vissuto due anni di disoccupazione superiore al 20 per cento (senza che i salari si abbassassero immediatamente come preconizzato da Berlino). Eppure tutto ciò non basta per far smaltire in tempi utili alle banche la bolla immobiliare. Per questo ieri lo spread tra titoli decennali spagnoli e Bund tedeschi è arrivato a 546 punti: segno che gli investitori (che gestiscono anche soldi dei pensionati di mezzo mondo, per intenderci) stentano sempre più a credere che il paese iberico sarà in grado di rimborsare i suoi debiti. Con la quarta maggiore economia dell’area euro ridotta in stato comatoso, forse non dovremo attendere il voto greco del 17 giugno per assistere alla finis Europae: sull’onda della crisi di Madrid, pure lo spread tra Btp italiani e Bund è tornato oltre il livello d’allarme, a 480 punti ieri (per poi chiudere a 454). Cosa voglia dire tutto ciò per le nostre finanze pubbliche, le nostre banche e le nostre imprese lo vediamo da mesi, e ieri da ultima lo ha certificato l’Istat con i dati sulla disoccupazione, giunta al 10,9 per cento.
In breve: Merkel ha alcune ragioni (quando riprende i greci che truccano i conti, non si fida dello stato italiano che troppo spende e tassa, etc.), ma ormai la sua lettura del messaggio portato da Lady Spread si rivela errata. Anche diplomaticamente Berlino è sempre più isolata: mentre perfino la rampante economia asiatica patisce il nostro rallentamento, infatti, ieri Repubblica raccontava del triplo “nein” scandito dalla cancelliera davanti a Barack Obama, Mario Monti e François Hollande che ipotizzavano di sbloccare aiuti comuni per le banche spagnole. La Commissione di Bruxelles, che negli ultimi anni si era mostrata succube delle decisioni degli stati nazionali, pure lei ora alza la testa: il Commissario Olli Rehn ha detto che, allo stato attuale, “l’Eurozona corre il rischio concreto di disintegrarsi”, e per questo l’esecutivo dell’Unione si spinge oggi a sostenere l’idea di una maggiore integrazione fiscale e finanziaria. Mario Draghi, il presidente della Bce che pochi mesi fa gli stessi tabloid teutonici celebrarono con tanto di elmetto prussiano ad honorem, rigetta la linea minimalista dell’austerity: quel che serve, ha detto, è una risposta chiara alla domanda “cosa ne sarà dell’euro tra dieci anni?”. Sostiene Draghi, al quale perfino i detrattori riconoscono una solida confidenza con i mercati, che un “coraggioso salto politico” dev’essere il primo pilastro di un Patto per la crescita. Lady Spread ha reso dunque obsoleto il dibattito “riforme strutturali o sostegno alla domanda”, dice Stephen Fidler, inviato del Wall Street Journal a Bruxelles: i mercati ora si attendono un “grande cambiamento di paradigma”, ovvero basta ricette nazionali e sì alla rivoluzione federalista e all’americana di Banca centrale e debiti pubblici.
L’ex premier Silvio Berlusconi ha da par suo esagerato ipotizzando la stampa di euro “made in Italy”, ma prima ha chiesto un’evoluzione della Bce come prestatore di ultima istanza degli stati. E’ tesi emergenziale ma piuttosto condivisa, non solo tra gli eccentrici à la Krugman ma anche tra gli ortodossi à la Monti: il semplice annuncio che la Bce acquisterà titoli di stato dei paesi sotto attacco speculativo potrebbe ridare la calma necessaria a proseguire sulla strada delle riforme. E’ plausibile che su questo fronte Draghi, se non altro per preservare la ragione sociale dell’istituzione che guida, alla fine superi le titubanze tedesche. Intanto però gli stati devono convincere Merkel che anche un’Unione fiscale è ormai irrinunciabile, sempre che l’euro e il progetto politico-culturale sottostante siano da mantenere in vita. Se non si vuole parlare di Eurobond, almeno si istituisca quel Fondo di redenzione per le quote di debito nazionale in eccesso rispetto al 60 per cento del pil: la buona notizia è che questa garanzia comune europea la richiedono ora anche i socialdemocratici tedeschi, unici depositari di quei voti parlamentari che servono alla stessa Merkel per ratificare il Fiscal compact. E se è vero che all’ultimo Consiglio Ue c’era una netta maggioranza degli stati membri favorevole a questa svolta hamiltoniana sul debito, non resta che fare proprio l’auspicio di Guido Carli (che da tempo va ricordando l’economista Paolo Savona): i leader europei “si mettano di fronte a uno specchio e si impartiscano l’ordine di agire con suoni gutturali!”.
Altrimenti è difficile spiegarsi, per esempio, la situazione spagnola. L’Economist, settimanale anglosassone e alfiere del liberismo, riconosce che il governo conservatore di Mariano Rajoy in pochi mesi le sue riforme le ha fatte: il mercato del lavoro è stato liberalizzato, il deficit aggredito, senza contare che di per sé Madrid ha un debito pubblico inferiore a quello di molti “primi della classe” e ha perfino vissuto due anni di disoccupazione superiore al 20 per cento (senza che i salari si abbassassero immediatamente come preconizzato da Berlino). Eppure tutto ciò non basta per far smaltire in tempi utili alle banche la bolla immobiliare. Per questo ieri lo spread tra titoli decennali spagnoli e Bund tedeschi è arrivato a 546 punti: segno che gli investitori (che gestiscono anche soldi dei pensionati di mezzo mondo, per intenderci) stentano sempre più a credere che il paese iberico sarà in grado di rimborsare i suoi debiti. Con la quarta maggiore economia dell’area euro ridotta in stato comatoso, forse non dovremo attendere il voto greco del 17 giugno per assistere alla finis Europae: sull’onda della crisi di Madrid, pure lo spread tra Btp italiani e Bund è tornato oltre il livello d’allarme, a 480 punti ieri (per poi chiudere a 454). Cosa voglia dire tutto ciò per le nostre finanze pubbliche, le nostre banche e le nostre imprese lo vediamo da mesi, e ieri da ultima lo ha certificato l’Istat con i dati sulla disoccupazione, giunta al 10,9 per cento.
In breve: Merkel ha alcune ragioni (quando riprende i greci che truccano i conti, non si fida dello stato italiano che troppo spende e tassa, etc.), ma ormai la sua lettura del messaggio portato da Lady Spread si rivela errata. Anche diplomaticamente Berlino è sempre più isolata: mentre perfino la rampante economia asiatica patisce il nostro rallentamento, infatti, ieri Repubblica raccontava del triplo “nein” scandito dalla cancelliera davanti a Barack Obama, Mario Monti e François Hollande che ipotizzavano di sbloccare aiuti comuni per le banche spagnole. La Commissione di Bruxelles, che negli ultimi anni si era mostrata succube delle decisioni degli stati nazionali, pure lei ora alza la testa: il Commissario Olli Rehn ha detto che, allo stato attuale, “l’Eurozona corre il rischio concreto di disintegrarsi”, e per questo l’esecutivo dell’Unione si spinge oggi a sostenere l’idea di una maggiore integrazione fiscale e finanziaria. Mario Draghi, il presidente della Bce che pochi mesi fa gli stessi tabloid teutonici celebrarono con tanto di elmetto prussiano ad honorem, rigetta la linea minimalista dell’austerity: quel che serve, ha detto, è una risposta chiara alla domanda “cosa ne sarà dell’euro tra dieci anni?”. Sostiene Draghi, al quale perfino i detrattori riconoscono una solida confidenza con i mercati, che un “coraggioso salto politico” dev’essere il primo pilastro di un Patto per la crescita. Lady Spread ha reso dunque obsoleto il dibattito “riforme strutturali o sostegno alla domanda”, dice Stephen Fidler, inviato del Wall Street Journal a Bruxelles: i mercati ora si attendono un “grande cambiamento di paradigma”, ovvero basta ricette nazionali e sì alla rivoluzione federalista e all’americana di Banca centrale e debiti pubblici.
L’ex premier Silvio Berlusconi ha da par suo esagerato ipotizzando la stampa di euro “made in Italy”, ma prima ha chiesto un’evoluzione della Bce come prestatore di ultima istanza degli stati. E’ tesi emergenziale ma piuttosto condivisa, non solo tra gli eccentrici à la Krugman ma anche tra gli ortodossi à la Monti: il semplice annuncio che la Bce acquisterà titoli di stato dei paesi sotto attacco speculativo potrebbe ridare la calma necessaria a proseguire sulla strada delle riforme. E’ plausibile che su questo fronte Draghi, se non altro per preservare la ragione sociale dell’istituzione che guida, alla fine superi le titubanze tedesche. Intanto però gli stati devono convincere Merkel che anche un’Unione fiscale è ormai irrinunciabile, sempre che l’euro e il progetto politico-culturale sottostante siano da mantenere in vita. Se non si vuole parlare di Eurobond, almeno si istituisca quel Fondo di redenzione per le quote di debito nazionale in eccesso rispetto al 60 per cento del pil: la buona notizia è che questa garanzia comune europea la richiedono ora anche i socialdemocratici tedeschi, unici depositari di quei voti parlamentari che servono alla stessa Merkel per ratificare il Fiscal compact. E se è vero che all’ultimo Consiglio Ue c’era una netta maggioranza degli stati membri favorevole a questa svolta hamiltoniana sul debito, non resta che fare proprio l’auspicio di Guido Carli (che da tempo va ricordando l’economista Paolo Savona): i leader europei “si mettano di fronte a uno specchio e si impartiscano l’ordine di agire con suoni gutturali!”.